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giovedì 11 agosto 2016

Il culto olimpionico dell' immagine

La riflessione
di Susanna Zandonà

"Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico", titola così  l'inserto de Il Resto del Carlino dell' 8 Agosto, alla sua pagina del Quotidiano Sportivo. I commenti si sprecano. E cadono le prime teste, tra cui quella del direttore, Giuseppe Tassi. Ma non manca chi ricorda che quattro anni fa (precisamente il 30 Luglio 2012), il più celebre quotidiano sportivo italiano, La Gazzetta dello Sport, titolava: "Gli arceri extralarge conquistano Londra", riferendosi al trio Michele Frangilli, Mauro Nespoli e Marco Galiazzo.  Si accusa di eccesso di femminismo, si urla alla spettacolarizzazione della circostanza e qualcuno ci specula perfino sopra. Ma allora perchè le dinamiche in questi casi paiono tanto diverse? 
Partiamo dal presupposto che nessun giornalista, pur in buona fede che sia, dovrebbe permettersi di affibbiare nomignoli denigratori a qualcuno, tantomeno a degli atleti di fama internazionale. Ma quello che desta più preoccupazione e che giustamente deve essere contestato, è il fatto che l'essere umano debba obbligatoriamente adempiere ad un bisogno innato di etichettare e catalogare l'altro. Perfino nell' assurda presunzione di generare empatia. Sì, perchè io me lo immagino questo direttore. Uno che autorizza un titolo simile lo fa peccando di zelo. La sua non è vera e propria meschinità, ma l'inconsapevolezza tipica di chi non ha mai vissuto una situazione sulla propria pelle. E che forse è perfino peggio della crudeltà del bambino che si permette di additare il compagno ed esclamare ingenuamente: "ciccione". Perchè uno così idiota, non lo si deve nemmeno prende in considerazione. E comunque a me hanno sempre insegnato che se uno è grasso può anche dimagrire, ma se uno è stupido lo rimane. Mentre un giornale ha la pretesa di raccontarci la verità e non può nemmeno schermarsi dietro alla coltre dell' ignoranza. Così, il titolo giunge come una stoccata. Vanifica gli sforzi, il tempo, i tanti allenamenti e i sacrifici compiuti da queste tre donne coraggiose: Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari, che chissà quanti scogli avranno dovuto superare prima di giungere a Rio de Janeiro. Ma che purtroppo devono sentirsi "inadeguate" e "giudicate" da una società di cui il giornale si rende comunicatore, la quale, invece che giustamente valutarle col metro del talento, di fregiarsi del fatto di avere a disposizione tre signore del loro calibro, le valuta col metro dell' apparenza e dello stereotipo. E ci sono caduti anche all' estero. Corey Cogdell-Unrein, statunitense medaglia di bronzo nel tiro sportivo, è stata presentata dal Chicago Tribune come la moglie del difensore dei Bears. "La moglie di". Ma di cosa stiamo parlando?
Purtroppo in questo processo i personaggi pubblici sono quelli più esposti, divenendo carne da macello da buttare sulla griglia mediatica. In una società dedita al culto dell' immagine, in cui invece di sport si parla di bellezza esteriore, forma fisica e prestanza, dove, all' indomani delle gare si stilano le classifiche degli atleti più attraenti e dei loro rispettivi fidanzati e fidanzate, si parla più di apparire che di performance agonistiche. Dimenticandosi il vero spirito sportivo che dovrebbe essere quello di accomunare, unire nelle diversità, fare squadra, rispettare l'avversario. Esattamente quello che andrebbe fatto nella vita di tutti i giorni.



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